C’è un cibo che a Carnevale a Roma non manca mai (e non è quello che pensi)

di Luana Falcetta

Non è solo una questione di dolci tipici: a Carnevale, a Roma, il vero protagonista è la frittura fatta in casa, un gesto prima ancora che una ricetta.

A Carnevale a Roma c’è un cibo che non manca mai: non è solo un dolce, ma un rito domestico che resiste al tempo.

A Roma il Carnevale non è mai stato soltanto maschere, coriandoli e feste in strada. È sempre passato, in modo silenzioso ma costante, dalla cucina di casa. Quando si parla di cosa mangiano i romani a Carnevale, la risposta immediata sembra scontata: frappe, castagnole, dolci fritti. Eppure il punto non è il singolo dolce, né una ricetta precisa. Quello che davvero non manca mai è la frittura, intesa come momento condiviso, come odore che invade la casa, come gesto ripetuto anno dopo anno quasi senza pensarci. È questo il cibo che resiste, anche quando le tradizioni cambiano.

La frittura di Carnevale a Roma: più di un dolce, un rito che si ripete

Nelle case romane il Carnevale si riconosce prima dal profumo che dal calendario. L’olio caldo sul fuoco, il rumore leggero dell’impasto che scende nella padella, lo zucchero a velo che arriva solo alla fine. La frittura di Carnevale non è mai stata una preparazione elaborata o da grandi occasioni, ma qualcosa di quotidiano, quasi dimesso. Ed è proprio questo il suo valore. Non importa se si chiamano frappe, chiacchiere, sfrappole o cenci: a Roma restano frappe, sottili, irregolari, mai perfette. Spesso fatte “a occhio”, senza bilancia, con dosi tramandate più a memoria che su carta.

Accanto alle frappe arrivano le castagnole, più tonde, più morbide, fritte in piccoli lotti, mangiate ancora tiepide. Ma anche qui il punto non è la forma. È il fatto che la frittura si fa in casa, anche solo una volta l’anno. Molte famiglie non preparano più dolci durante il resto del tempo, eppure a Carnevale quell’eccezione resiste. È come se il calendario imponesse una pausa alle regole quotidiane, concedendo uno spazio al disordine, al grasso, allo zucchero.

Storicamente, a Roma il Carnevale era il momento dell’abbondanza prima della Quaresima. Non solo dolci, ma cibo ricco, fritto, energetico. Oggi quel significato religioso è quasi scomparso, ma il gesto resta. Anche chi compra i dolci in pasticceria spesso frigge comunque qualcosa in casa, magari poche frappe, giusto per “sentire Carnevale”. È una tradizione che non ha bisogno di essere raccontata: si ripete da sola.

Perché questo cibo non manca mai, anche quando tutto il resto cambia

Negli ultimi anni il Carnevale romano è cambiato molto. Le feste di quartiere sono diminuite, le sfilate storiche sono un ricordo, i bambini spesso festeggiano a scuola o in eventi organizzati. Eppure la frittura di Carnevale è rimasta sorprendentemente stabile. Resiste perché non è legata allo spettacolo, ma alla casa. Non dipende dal centro storico né dalle piazze, ma dalla cucina.

C’è anche un altro motivo, più profondo. La frittura è imperfetta, come il Carnevale stesso. Le frappe non vengono mai tutte uguali, alcune si gonfiano troppo, altre restano più scure, qualcuna si rompe. Ed è proprio questa irregolarità a renderle “giuste”. A Roma non si cerca l’estetica, ma il sapore e il momento. Il vassoio sul tavolo, la carta assorbente, lo zucchero che cade ovunque. È un cibo che non si fotografa per forza, ma si mangia.

In molte famiglie romane la frittura di Carnevale è anche uno dei pochi momenti in cui si cucina insieme. C’è chi impasta, chi frigge, chi assaggia, chi spolvera lo zucchero. Un gesto collettivo che dura poco, ma che segna l’arrivo di quei giorni. Ed è per questo che, anche quando tutto il resto sembra opzionale, questo no. Perché non è solo cibo, è memoria domestica.

Alla fine, se chiedi a un romano cosa mangia a Carnevale, probabilmente ti risponderà con un nome preciso. Ma se guardi davvero dentro le case, scopri che il vero protagonista è un altro: l’atto di friggere, più ancora del dolce stesso. Ed è questo, ancora oggi, il cibo che a Carnevale a Roma non manca mai.